Durante il mio soggiorno a Gaiole in Chianti, ho voluto esplorare il potere della suggestione attraverso l’obiettivo. Il Castello di Ama rappresenta un paradosso affascinante: un luogo che definisce la propria identità attraverso un’assenza, un castello non più visibile fisicamente che però continua a dare il nome a tutto ciò che lo circonda.
Questa dinamica si fa metafora di una fotografia che rifiuta la cronaca per farsi evocazione. Il risultato è una ricostruzione simbolica: nelle mie immagini, dettagli minimi, riflessi e stratificazioni materiche superano la realtà documentaria per trasformarsi in portali. Diventano suggestioni tattili, impressioni fugaci o frammenti di luce in cui ognuno può proiettare la propria memoria. Fotografare il Castello di Ama significa accettare che la verità di un’immagine non risieda nella sua materia, ma nella capacità di innescare una visione.
Per tradurre visivamente questa ricerca, ho scelto di scattare esclusivamente in analogico con una Mamiya C330. Il medio formato ha imposto un ritmo lento e contemplativo, trasformando ogni scatto in un rituale.

