IN/QUADRO – Il ritocco fotografico: dalle origini all’intelligenza artificiale

Cultura FotograficaRubriche
Pubblicato il: 30 Luglio 2026
Gianluca Leonardi, dalla serie Ginnasti, courtesy il fotografo

È ancora forte soprattutto in ambito amatoriale, una corrente di pensiero che attribuisce alla fotografia non ritoccata un’idea di purezza mutuata dalla falsa convinzione che tale fosse la fotografia delle origini e la pratica dello sviluppo analogico.
Nel settimo appuntamento di IN/QUADRO Margherita Abbozzo affronta, insieme a Gianluca Leonardi, ex studente di Studio Marangoni ed oggi ritoccatore professionista, il tema della post-produzione fotografica, spigando come questa pratica fosse presente sin dalle origini della fotografia, sia nell’ambito della fotografia commerciale che nella pratica artistica. Il messaggio di fondo è che una conoscenza del foto editing di base è uno strumento in mano a qualsiasi fotografo che voglia arricchire il suo linguaggio, basta farlo con consapevolezza.

Le origini del ritocco fotografico

La pratica del ritocco, cioè l’intervenire su un’immagine mentre si sta formando o subito dopo, è nata insieme alla fotografia. Proprio insieme, cioè con i dagherrotipi, presentati la mondo nel 1839, piccoli miracoli che si producevano su lastre di metallo grazie all’azione della luce e ad agenti chimici. Erano fragilissimi ed unici, cioè non si potevano riprodurre in più copie, eppure vi si poteva intervenire sopra in varie maniere per migliorarne qualche luce.

Dai negativi al pittorialismo

Poi diventa possibile creare dei negativi e stamparli su carta – con l’arrivo del procedimento al collodio. Nel 1855 un fotografo tedesco di nome Franz Hanfstaengl mette a punto una tecnica rivoluzionaria: il ritocco delle lastre fotografiche in vetro. Cosa che diventa un’arte a sé. Verso la fine dell’Ottocento si sviluppa anche la corrente della fotografia Pittorica, dove i negativi vengono spennellati, acquarellati e trattati in ogni modo possibile e immaginabile per sembrare pastelli o pitture ad olio.

Anonimo. Immagini comparative per mostrare le potenzialità del ritocco fotografico. Ca. 1905-1910

Il ritocco fotografico nel Novecento

Passa di moda, ma comunque per tutto il Novecento il lavoro dei fotografi in camera oscura ha compreso il ritocco inteso come voce del verbo esprimersi. Anche se poi c’erano fotografi celeberrimi che ritoccavano spudoratamente solo per soddisfare i clienti: abbellivano, toglievano rughe e pance, accorciavano nasoni: come Cecil Beaton, molto amato dalla famiglia reale inglese perché faceva diventare tutti belli e interessanti. Stalin invece faceva eliminare dalle foto chi aveva già fatto eliminare fisicamente.

Stalin con e senza Nikolai Yezhov, capo del NKVD, (anni 1930), Mosca, Canale Volga

Da Photoshop alla postproduzione digitale

Arriva il digitale. Photoshop 0.1 nasce nel 1990. Da quel momento il ritoccare si chiama Postproduzione.

Arriviamo a noi oggi. Parliamo del ritocco nell’era delle immagini digitale con Gianluca Leonardi, che insegna Post Produzione Avanzata allo Studio Marangoni – IFC.

La postproduzione come scelta personale

Qual è la prima cosa che dici agli studenti? “Generalmente la prima cosa che dico e che riguarda la post-produzione è (almeno per le foto e i progetti personali): “se a voi piace allora va bene”. Non esiste una regola per il gusto personale, per prima cosa deve piacere a noi stessi, che si siano usate tecniche particolari o che sia la cosa più semplice del mondo. Ovviamente deve anche funzionare, essere coerente con il contesto sia dal punto di vista narrativo che estetico e la scelta deve essere consapevole. Voglio dire che non esistono tecniche uguali per tutti, e che il nostro personale giudizio è la cosa che conta più di ogni altra cosa”.

Edward Steichen, autoritratto,1903

Intelligenza artificiale e consapevolezza tecnica

“Di solito i miei studenti arrivano già con qualche strumento di intelligenza artificiale; magari lo usano però senza sapere bene cosa stia succedendo. Hanno il risultato finito ma se c’è qualche errore non sanno come aggiustarlo manualmente. Insomma, spesso lavorare in postproduzione è come dare qualcosa di potenzialmente pericoloso ad un bambino. Può andare bene o male. Serve tanta consapevolezza dei meccanismi e di come funzionano gli strumenti, o anche semplicemente da dove arrivano. Nel mio caso, saper scattare in pellicola, vedere le foto solo dopo lo sviluppo del rullino e saper stampare in bianco e nero, e averlo fatto sin dal primo anno dei miei studi alla FSM, ha permesso di rivalutare molto l’atto dello scatto e della post-produzione analogica e di conseguenza quella digitale che, alla fine, tratto in maniera molto simile.”

Dalla camera oscura alle maschere digitali

Davvero? “Si, in realtà è molto semplice. Nella stampa analogica crei delle maschere per far colpire o no la carta fotosensibile dalla luce andando ad agire su luminosità e/o contrasto su aree specifiche. Nel mondo digitale lo sviluppo tecnologico col passare degli anni ci permette di fare queste maschere sempre più precise intorno ai soggetti. Ma a me non piace molto, è troppo selettivo, c’è troppo controllo. Preferisco creare maschere che non siano specifiche per ogni soggetto ma andare ad agire su aree più o meno grandi in modo da amalgamare e bilanciare i pesi dell’immagine in modo naturale. La questione è molto tecnica ma credo che a volte il troppo preciso non funzioni, preferisco dare un’impressione di equilibrio senza stravolgere troppo l’immagine.”

Immagine di Richard Avedon con tutte le indicazioni di mascheratura ed esposizione per il suo retoucher. 1967.

Saper vedere, organizzare e creare

Morale: i fotografi hanno sempre usato qualsiasi mezzo fosse a loro disposizione per ottenere le immagini che volevano. O che volevano i clienti. Rimane il fatto che oggi come ieri bisogna saper vedere. Saper organizzare. E saper creare. E questo non si improvvisa.

Margherita Abbozzo

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