I luoghi hanno un'”anima”? Cos’è il “Sene of Place”? In questo nuovo appuntamento con IN/QUADRO, Margherita Abbozzo ci introduce a questo concetto, centrale in molti dei progetti portati avanti negli anni da Fondazione Studio Marangoni e che sarà il focus del nostro corso estivo di fotografia a Firenze.
Nell’articolo si parlerà di scoperta, documentazione, e di collettivi artistici.
SENSE OF PLACE
Che cos’è il “sense of place”? Un tema importante. (anche se l’anglicismo è puro latinorum.)
Se ne parla da più di trent’anni. L’idea è alla radice di molto pensiero teorico e di molta pratica artistica in tutto il mondo. Si sviluppa in ribellione prima all’idea modernista di universalità e poi alla globalizzazione. È una forma di resistenza culturale, che esalta le piccole o grandi differenze culturali, le radici, le connessioni emotive, l’identità e l’attaccamento alle comunità locali o di origine.
Detto in altro modo, esplorare il “sense of place” vuol dire scegliere di valorizzare le correlazioni soggettive ed emotive che gli individui o le comunità sviluppano con un determinato luogo o ambiente. Per quanto questo possa essere microscopico o defilato.
Queste idee si intrecciano strettamente con la psicogeografia, la geografia umana e la psicologia ambientale. Si capisce al volo che alla base di tutto, per forza, ci sono chiare scelte di campo.

La scelta di campo
Insomma ci vuole occhio. E ci vuole cuore. In fotografia cercare di capire e rispettare il “senso del luogo” vuol dire non imporre nulla ed avvicinarsi invece agli ambienti e alle persone con una certa dose di umiltà, con gli occhi e con il cuore ben aperti, magari facendosi cassa armonica di testi letti in preparazione e che abbiano lasciato un segno.
Nel nostro mondo sempre più complesso è solo così che diventa possibile esplorare il modo in cui le persone percepiscono, vivono e attribuiscono significato a un posto, a un quartiere, una città o una regione specifica; o ad un paesaggio naturale.
Ben prima che si chiamasse “sense of place” tanti fotografi hanno avuto una sensibilità simile. Ferdinando Scianna, per dirne uno.
Oggi tra coloro che in fotografia si ispirano a questo concetto in maniera deliberata e lucida spicca TerraProject.

TerraProject e la fotografia collaborativa
TERRAPROJECT è un collettivo fondato nel 2006 da quattro fotografi fiorentini: Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini, Rocco Rorandelli.
Già il fatto che siano un collettivo la dice lunga. Contro il protagonismo tanto esaltato dalla società contemporanea, lavorare in un gruppo aiuta a “confrontarsi criticamente con il presente”, come dicono loro stessi.
L’aveva già capito un gruppo di strepitosi scrittori che nel 2000 fondano a Bologna il collettivo Wu Ming.
Guarda caso, i due collettivi hanno collaborato a un bel lavoro, “4”, del 2013.
Fotografia, rispetto e responsabilità dello sguardo
Co-immaginare, con-vivere i confini, le periferie, gli spazi pubblici comuni, co-abitare è resistenza culturale.
Per Wu Ming lavorare in collettivo è “un esercizio spirituale”. Non so se i Terraproject recitano preghiere quando lavorano; certo pongono al centro del loro operare lo spirito collaborativo e un “approccio documentaristico basato sul rispetto, sia per i soggetti, ritratti nel loro contesto autentico e liberi da retorica, sia per il pubblico”, come dichiarano essi stessi sul loro sito.
Il rispetto per l’altro, di qualunque forma, etnia o colore esso sia, oggi è moneta rara. Eppure, diciamolo francamente, nella situazione sociale e politica internazionale dei nostri giorni dove spadroneggia chi è più forte e più violento, si tratta di un atteggiamento calpestato e vilipeso.
La filosofa Simone Weil ha scritto che “la salvezza è nello sguardo”.
Appunto.
Lo sguardo e il rispetto sono gli ingredienti principali, per non dire quelli fondamentali, per rimanere umani. E, chiaramente, implicano prima di tutto una chiara scelta di campo.
Margherita Abbozzo


