IN/QUADRO Fotografia e architettura

Rubriche
Pubblicato il: 10 Marzo 2026

Secondo capitolo di IN/QUADRO, la nostra rubrica di riflessioni e approfondimento sulla cultura fotografica curata da Margherita Abbozzo.
Il tema di questo articolo è la fotografia di architettura, un genere che come vedremo nasce con l’invenzione stessa del mezzo e arriva dritto ai giorni nostri.
Margherita Abbozzo ci propone qui un excursus critico sulla fotografia di architettura da una diversa prospettiva, soffermandosi su autori nostrani come Gabriele Basilico e Luigi Ghirri.
Se invece quello che cercate sono consigli su come fotografare edifici o interni, date un occhiata al nostro corso di “Fotografia di Architettura”, in partenza a maggio 2026.

 

Fotografia e architettura

Attrazione fatale. Fin da subito. Sono infatti di architetture le primissime immagini fotografiche: in Francia, gli esterni di una fattoria – a Le Gras, casa di Monsieur Nicephore Niepce che riesce ad ottenere nel 1826 o 1827 un’immagine “dipinta dal sole” su una lastra di stagno ricoperta di bitume di Giudea, olio di lavanda e altre diavolerie, con un’apertura dell’obiettivo di almeno otto ore – otto ore! (E ovviamente le ombre si stendono da una parte all’altra con un tempo d’esposizione così lungo).

La nascita della fotografia tra Francia e Inghilterra

In Inghilterra invece la fotografia nasce in un interno: Mister Henry Fox Talbot riesce a catturare l’immagine di una finestra dal salotto della sua grande casa a Lacock Abbey, nel Wiltshire, nel 1835, con un procedimento completamente diverso. Su carta, con un negativo…

Prima di morire Niepce fa in tempo ad associarsi con un tale signor Daguerre: il quale perfeziona l’invenzione et voilà, nascono i dagherrotipi. Che sono pezzi unici; Fox Talbot invece inventa un sistema riproducibile. Il resto è storia.

Da allora non c’è architettura senza fotografia. Né fotografia senza architettura, o quasi. In Italia abbiamo una tradizione ricchissima dalla seconda metà del Novecento ad oggi di fotografi che hanno guardato alle città e alle loro costruzioni.

Luigi Ghirri, © Eredi di Luigi Ghirri / Courtesy Editoriale Lotus

I fotografi italiani e il paesaggio urbano

Gabriele Basilico! Luigi Ghirri! Mimmo Jodice! Diranno subito i miei piccoli lettori. Bravi.

Ma anche tanti altri, di cui non faremo la lista della spesa. Basta infatti sfogliare Viaggio in Italia, il mitico libro-catalogo del 1984, da poco riedito in facsimile, per capire quanto vario sia il possibile approccio all’argomento.

La copertina di "Viaggio in Italia"

Cos’hanno in comune questi modi di guardare anche diametralmente opposti tra loro? La sensibilità alla luce, il senso della composizione, la ricerca di geometrie e ritmi, il senso dello spazio. La ricerca di raccontare una storia.

Qui si può affrontare l’argomento solo con un’accetta, e quindi, per sommi capi: la fotografia di architetture serve a documentare – e allora vedi i lavori di Hilla e Berndt Becher, o quelli – diversissimi – di Basilico, che cercava di “capire lo spazio” e di “ascoltare il cuore” come diceva lui, sia delle periferie industriali milanesi che delle metropoli di mezzo mondo. E in queste ore Beirut è sotto i bombardamenti israeliani; chissà cosa rimarrà degli edifici da lui fotografati…

Oppure all’opposto l’opera architettonica è lo sfondo della poetica di chi fotografa. Mimmo Jodice dixit: “l’immagine appartiene più intimamente all’autore, al fotografo che non all’architetto, pur rappresentando pezzi di architettura».

E Ghirri, allora, che fotografava portando sul naso occhiali dalle lenti spesse da miope, sempre sporche? E sfornava miracoli di poesia?

Gabriele Basilico, Paris 1997 | ©Gabriele Basilico/Studio Basilico Milano

Dalla fotografia umanista alla visione dei droni

Sono tutti tipi di approccio che si potrebbero definire “umanisti”. Oggi invece nella fotografia di architettura abbiamo a che fare con la visione da drone. Cioè con la visione di macchine. E la verità è che dobbiamo ancora capire come rapportarsi alle loro angolazioni spettacolari ed impossibili da raggiungere con i metodi tradizionali (che erano le riprese aeree o da gru). Alla loro impersonalità. Alla loro… disumanità.

Il futuro della fotografia di architettura

Ricapitolando queste note super-brevi: la fotografia di architetture è stata finora sia memoria, con la sua documentazione minuziosa di qualcosa che esiste o è esistito, sia riflessione su spazi, luce e storie umane. E’ stata finora a cavallo tra documentazione ed espressione artistica. Da ora in poi la sfida sarà quella di raccontare spazi quasi impossibili da comprendere – come The Line, la “città” in costruzione in Arabia Saudita, che sarà lunga 170 km, larga 200 metri e alta 500 metri, senza strade.

E cosa succederà? Lo scopriremo solo vivendo.

Margherita Abbozzo

The Line, @ NEOM

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