Nei giorni trascorsi al Castello di Ama ho deciso di concentrarmi sulla luce, seguendo un’intuizione iniziale che, giorno dopo giorno, si è trasformata e approfondita. Ho osservato come la luce scolpisce i luoghi, li attraversa, li trasforma. All’inizio era solo una presenza abbagliante tra le vie del borgo, poi si è fatta più sottile, filtrando nelle cantine, insinuandosi negli interni, accarezzando le opere e i dettagli dell’architettura. Ho deciso di lavorare con lunghe esposizioni: di giorno, per creare atmosfere irreali o finte notti; di notte, per lasciare che la luce si accumulasse nel tempo; in interni, per cogliere la sua presenza più nascosta. Ho lasciato che fosse il luogo stesso a determinare l’illuminazione, cercando di costruire una relazione tra l’esterno e l’interno, tra ciò che si vede e ciò che resta invisibile. In quei giorni ho capito che stavo aprendo una soglia. La luce si faceva passaggio verso una realtà parallela, magica, evanescente. Un mondo che sembra esistere da sempre, appena nascosto, e che forse potevo intuire solo cambiando sguardo. La luce, quindi, si fa portale verso mondi nascosti, che celano all’interno la magia intrinseca del luogo. Ho cercato la sospensione, l’incanto, la possibilità che qualcosa — pur invisibile — stesse accadendo. Il progetto è una ricerca di percezione, una deviazione dalla realtà concreta per costruire, attraverso la fotografia, una visione interiore. Nel film “È stata la mano di Dio”, Sorrentino prende in prestito la figura di Fellini per costruire una riflessione sulla realtà che trovo profondamente poetica, e che sento vicina anche al linguaggio della fotografia. «A un certo punto lo chiama un giornalista, e Fellini gli dice: “Il cinema non serve a niente! Però ti distrae”, e secondo me il giornalista gli ha detto qualcosa tipo: “Ti distrae da che cosa?”. E Fellini gli fa: “Dalla realtà, la realtà è scadente”». «Solo questo ha detto?». «E ti pare poco»

