Barbara Leolini

 

Ci sono cose che crescono senza chiedere il permesso. Ai bordi, tra le crepe, nell’ombra. Piante di nessuno, silenziose, che resistono. Le ho raccolte con mani leggere. Non per possederle, ma per imparare da loro la misura del silenzio. La luce ha fatto il resto. Ha inciso, ha rivelato. Non un’impronta, ma una presenza, una memoria vegetale che si affida al sole. Così anche noi possiamo imparare a restare senza ferire, solo ascoltando tutto quello che non urla. In queste immagini, la fotografia diventa un dispositivo di indagine sensibile: come una radiografia, attraversa le superfici e mette in relazione le strutture profonde dell’umano e del vegetale. La materia organica – antotipia, cianotipia, tessuto cellulare – si fonde con la traccia umana, non in opposizione ma come estensione reciproca. Nel paesaggio del Castello di Ama, il gesto fotografico si fa cura: guarda con attenzione, accoglie, restituisce la fragilità dei legami tra le cose. Dalle trame più sottili alle forme del paesaggio, ogni immagine conserva il segno di una connessione profonda, che ci ricorda a chi — e a cosa — apparteniamo.

 

 

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